L’ascolto viene da alcuni considerato l’unico “ingrediente” veramente essenziale perché si attui un incontro di counseling. In effetti l’ascolto attivo, attento, profondo, mosso da un sano interesse per l’altro, è la chiave di accesso per ogni incontro umano di qualità ed è la base di ogni atto comunicativo relazionale.

A prescindere dall’orientamento di counseling prescelto, che può più o meno enfatizzare questo aspetto, l’ascolto è sicuramente l’attitudine necessaria in massima misura all’inizio di ogni percorso e non può mai venire meno, come attitudine di fondo in tutte le fasi successive del counseling.

Sono rare le situazioni in cui si può essere veramente ascoltati, in cui l’altro è a nostra disposizione con tutto se stesso, senza interrompere, senza intervenire con commenti, giudizi, o con la testimonianza della propria esperienza. Offrire all’altro una totale attenzione, al di fuori dei contesti ordinari – in cui spesso si è vincolati da ruoli e convenzioni – è un dono prezioso dagli effetti sorprendenti.

Accade infatti sovente che un ascolto di qualità crei lo spazio in cui la persona possa sfogarsi esprimendosi liberamente e poi da lì, riesca a riformulare il discorso e il suo vissuto in termini diversi.

L’ascolto nel counseling non è un ascolto passivo, è un prestare attenzione ai messaggi verbali e non verbali, ai sentimenti e ai pensieri espressi dal cliente. E’ ascoltare ciò che il cliente dice, il modo in cui lo dice e anche ciò che non dice. E’ un ascolto col “terzo orecchio”, come suggeriscono diversi autori.

Ascoltare, ascoltare col cuore, vuol dire accogliere, è un modo silenzioso e discreto di far sentire all’altro che “va bene così com’è”. Spesso le persone imparano fin da bambine a nascondere il proprio mondo personale “per proteggersi dall’essere incompresi, umiliati o maltrattati” – ricorda Adrian van Kaam.

Nel counseling si crea uno spazio in cui è possibile esporre la propria sensibilità e vulnerabilità, in cui si possono ritrovare i propri valori e il proprio progetto di vita.

L’ascolto richiesto al counselor è un ascolto sincero, partecipato, non tecnico o trincerato dietro l’obiettivo di dover risolvere nell’immediatezza il problema esposto dal cliente.

Al counselor viene chiesto, almeno nella fase iniziale, di essere capace di aprirsi all’altro senza interrompere, senza fare domande inopportune, senza interpretare, senza fornire soluzioni, sintonizzandosi sul linguaggio, sulla posizione, sullo stato d’animo dell’interlocutore, al punto di entrare in empatia con lui, mettendo momentaneamente a tacere pregiudizi, timori, aspettative, problemi personali.

L’empatia è la capacità di cogliere e comprendere l’esperienza soggettiva del cliente, mettendosi nei suoi panni, guardando le cose dal suo stesso punto di vista, sentendole come lui o lei le sente. E’ un essere con l’altro, vicino all’altro, ma non è identificazione. Al counselor è chiesto di mantenere la consapevolezza della propria individualità e per quanto simile possa essere il vissuto del cliente al proprio, è fondamentale che non ceda alla tentazione di sovrapporre le due esperienze e di rinunciare alla dovuta obiettività.

L’empatia è catalizzatrice del processo di crescita. Sentendosi accolto, accettato, compreso, il cliente può ricominciare ad avere fiducia in se stesso e riuscire a cogliere anche voci interiori più sottili, che possono già indicare una possibile via di soluzione alla situazione posta.

Il cliente può scoprire in sé la capacità di relativizzare la questione che lo preoccupa, può vedere le cose da un diverso punto di vista, può riaprirsi alla speranza e a una visione dinamica dell’esistenza e, in particolare, della sua situazione.

Tutto questo potrebbe accadere anche senza che il counselor dica una sola parola, purché chi riveste il ruolo di counselor sia radicato in un atteggiamento di ascolto empatico profondo.

Viktor Frankl ha raccontato di un incontro avvenuto in una città a lui straniera, con una donna che aveva insistito molto per vederlo. Durante tutto il tempo la donna aveva parlato con foga, aveva pianto e l’aveva sommerso con un fiume di parole in una lingua di cui Frankl non capiva quasi nulla. Egli si era limitato ad annuire in modo sincero e autentico e a essere emotivamente presente e solidale con la palese sofferenza della donna. Anni dopo, durante un ciclo di conferenze in quella stessa città, i due si incontrarono di nuovo, e la donna gli rivelò quanto fosse stato determinante e risolutivo per lei quell’incontro.